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A lezione dal maestro Ansel Adams

Sabato 21 febbraio 2012, il corso accademico ha partecipato ad una lezione speciale. Il protagonista è stato Ansel Adams e il luogo Modena, dove è in corso  la sua prima grande mostra in Italia.

Gli allievi della Darkroom hanno percorso la carriera artistica del grande fotografo che parte da una riproduzione perfetta del paesaggio in ogni suo minimo dettaglio alla visualizzazione originale da parte dell’autore. La lezione non era nell’aule del Centro Italiano, le immagini non erano le slide di un proiettore, ma stampe vere che mettono in evidenza le differenze sottili delle tonalità.

Arrivati a Modena, all’Ex Ospedale di Sant’Agostino, gli allievi si sono divisi per le sale, ma la lezione non è incominciata subito. Ognuno ha potuto immergersi nella mostra, in solitudine davanti a uno spettacolo che coinvolge ma non lascia spazio alle parole. Michele Pero, il docente, ha rispettato il silenzio e l’intimità che si prova quando si viene in contatto con opere come Mt. Williamson o Moon and Half Dome.

Solo all’uscita tutti si sono radunati nuovamente alla prima sala della mostra: e qui  è cominciata la lezione vera e propria.  Attraverso le parole di Michele, la lettura delle immagini ha cambiato livello.

Le stampe originali con le loro piccole differenze nei toni del grigio hanno cominciato a rivelarsi nelle differenti tecniche di stampa usata. Sono emersi quindi nel percorso le sperimentazioni tecniche e l’evoluzione dell’autore. Così come i diversi alogenuri usati nelle emulsioni fotosensibili, le differenti carte per la stampa.

La visita è finita alle 2 e mezzo di pomeriggio. Maa se è vero che non si vive di solo pane non si vive nemmeno di sola fotografia: una tappa per un panino è d’obbligo. Poi il rientro in treno, con in testa le immagini che erano riuscite a trasferire gli allievi della Darkroom per qualche ora in un regno, quello della natura. Il regno di Ansel Adams.

Paolo Torri e Alex Ruf

Ansel Adams: noi l’abbiamo visto così

Entrando nelle sale adibite all’esposizione, non abbiamo subito avuto idea del grande numero di foto presenti. Le opere, oltre 70, erano infatti suddivise in diverse sale, soltanto al termine del percorso ci siamo resi conto della vastità di questa esposizione, “La natura è il mio regno”.

Il tema è, appunto, la natura ed è evidente come Ansel Adams trasmetta attraverso le sue foto il legame che ha con essa. Possiamo ammirare luoghi fotografati più volte percependo sfumature ed emozioni sempre differenti.

Impressionante la cura, quasi maniacale, che Ansel Adams dedica alle sue opere dal momento dello scatto fino alla stampa.

Ecco quelli che tra i suoi capolavori hanno per qualche motivo attirato maggiormente la nostra attenzione:

Ansel Adams, Aspens (Horizontal), da www.anseladams.com

Ansel Adams, Aspens (Horizontal), da www.anseladams.com

Tra le bellissime opere che ho potuto ammirare mi ha colpito “Horizzontal Aspens”, scattata nel nord del New Mexico nel 1958. Come in tutte le fotografie di Ansel Adams l’uso della luce è impressionante. Anche occhi inesperti riescono a percepire la perfezione dei dettagli nelle sue immagini. La luce di questa foto è magica, i tronchi degli alberi, gli arbusti sottostanti, ogni componente nella sua “accurata” semplicità è in simbiosi con tutti gli altri. Questa è la natura, questo il genio di Ansel Adams, creare un capolavoro fotografando quelli che potrebbero essere semplici alberi di pioppo. (Francesca Bacci)


Ansel Adams, Moonrise Hernandez, da www.anseladams.com

Ansel Adams, Moonrise Hernandez, da www.anseladams.com

Una delle foto che più mi ha impressionato dal punto di vista tecnico, ma soprattutto, dal punto di vista emotivo è sicuramente Moonrise Hernandez. “Una fotografia è fatta, non presa”, è questa l’espressione che utilizza il celebre fotografo facendo riferimento a questo scatto che realizzò in meno di un minuto nel New Mexico utilizzando gli ultimi istanti di luce diurna. Questa fotografia ha una luce magica, che mette in risalto la contrapposizione della luna, del cielo scuro, cupo, infinito, e il paesaggio circostante illuminato da lievi raggi solari. Adams scattò questa fotografia senza esposimetro, basandosi sulla luminosità della luna pari che conosceva. Adams ha saputo creare e riprodurre la stessa luce in camera oscura, dandoci così, la fortuna e la possibilità di poter ammirare questo capolavoro. (Claudio Pagano)


Ansel Adams, Monolith, Face of Half Dome, da www.anseladams.com

Ansel Adams, Monolith, Face of Half Dome, da www.anseladams.com

Tra le stampe esposte, quella che mi ha emozionato maggiormente è stata Monolith, The Face of Half Dome, scattata nello Yosemite National Park in California, nel 1927. Questa fotografia, che rappresenta la maestosa roccia granitica che domina il Parco, inaugurò la fase in cui Ansel Adams prese coscienza di esser diventato un professionista. Nonostante avesse fotografato l’Half Dome innumerevoli volte, fu solo nel 1927 che riuscì ad impressionare sulla pellicola la sua personale visione della natura (la “visualizzazione”, come la chiamava lui stesso). Fu allora, infatti, che decise di scattare utilizzando un filtro rosso, così da scurire molto il cielo e dare al paesaggio un effetto drammatico. Per il celebre fotografo la cura ossessiva della tecnica fotografica aveva come risultato quello di suscitare l’emozione di chi osserva la sue opere. (Federica Stabile)

Ansel Adams, Mt. Williamson, Sierra Nevada, from Manzanar, California

Ansel Adams, Mt. Williamson, Sierra Nevada, from Manzanar, California

La maestosità dei soggetti è un filo conduttore per tutte le opere all’interno della Mostra. Nella foto scattata nel ’44 a Mt. Williamson, Sierra Nevada, from Manzanar, la scelta della composizione posta su due piani, permette di immedesimarsi con il paesaggio e rende “tangibile” la maestosità delle montagne sullo sfondo. Lo scatto lascia immaginare di essere seduti su una di quelle rocce e poter realmente godersi il panorama mozzafiato. I raggi del sole che filtrano dalle nuvole infrangendosi sui massi, donano un senso di primordiale purezza dei luoghi incontaminati di quell’epoca. (Ambra Ceccherelli)

Kodak, il popolo del web si divide

La notizia della richiesta di bancarotta controllata di Kodak ha indubbiamente scosso il popolo del web. In rete si possono trovare moltissimi commenti e pareri, espressi dalla gente comune e dagli opinionisti, nei confronti di quanto sta succedendo all’azienda. Sono moltissimi su Twitter a commentare la sorte della multinazionale. “La fine di un era per Kodak e per la fotografia”, “La Kodak uccisa dai Pixel, che tristezza”, si legge.

Moltissimi messaggi di solidarietà arrivano sopratutto da Rochester, USA, sede della compagnia, dove la maggior parte degli abitanti lavoravano per Kodak; “Vivo a Rochester, mio padre e la metà dei miei zii lavoravano da Kodak, io stesso ci ho lavorato. Piu’ della metà dei miei amici avevano un membro della loro famiglia che lavorava lì”, e ancora “Vivo nella città che èÈ la casa di Kodak. E’ un giorno triste Rochester”.

Quello che più sempra incomprensibile è come un’azienda leader nel campo della fotografia, ora stia fronteggiando una situazione così difficile: “Quando ero bambino se lavoravi alla Kodak eri a posto per tutta la vita, ogni anno offrivano grossi bonus agli impiegati, la gente ha comprato auto con i loro bonus… Ora questi bonus sono riservati solo a chi è un membro alto dell’azienda” e ancora, “Mio cugino è stato licenziato da Kodak e mi ha informato che i fondi delle pensioni sono separati dai soldi dell’azienda, quindi sarà regolarmente retribuito, spero”.

C’è anche chi non la pensa in questo modo: “L’azienda non ha mai venduto cio’ che la gente voleva, sono stati venduti prodotti che non avevano la stessa qualità della concorrenza”, afferma sul sito della CNN un cittadino americano, mentre sul sito del Sole 24 Ore troviamo addirittura chi si dichiara contento di questo fallimento: “Come sono contento! Chi di coltello ferisce di coltello perisce! Negli anni ’80 quest’azienda ha costretto molti grossisti ad acquisti obbligati mensili per cifre superiori ai 300 milioni di lire ed ha messo in ginocchio tante aziende sane che, vista la sua posizione di predominanza nel mercato, sono state costrette ad inchinare il capo pur di poter sopravvivere. Ora è lei a dover inchinare il capo: giustizia è fatta”.

Kodak: le origini

George Eastman, il padre della Kodak, nacque il 12 luglio 1854 a Waterville, nello stato di New York, ma si trasferì con la famiglia a Rochester quando era molto piccolo. All’età di 24 anni, Eastman acquistò la sua prima apparecchiatura fotografica da portare con sé durante un viaggio a Santo Domingo.

La sua macchina fotografica era molto grande e doveva essere appoggiata su un cavalletto pesante. Eastman si munì di una tenda su cui stendere l’emulsione fotografica sulle lastre di vetro umide prima dell’esposizione e sviluppare le lastre esposte prima che si asciugassero. Tutta l’attrezzatura era ingombrante e difficilmente trasportabile.

Alla fine Eastman non andò a Santo Domingo per il suo viaggio, ma si appassionò alla fotografia e iniziò a sviluppare un progetto per semplificare il processo fotografico. Nel 1880, trovò una formula che prevedeva emulsioni di gelatina per le lastre secche e brevettò una macchina per la preparazione di elevate quantità di lastre da rivendere ad altri fotografi.

Eastman spiegò: “Stavamo rendendo la fotografia semplice come disegnare”.

L’emulsione fotografica veniva stesa su carta e la carta veniva caricata in un portarullo che doveva essere utilizzato sulle macchine fotografiche, al posto dei supporti per le lastre di vetro. Questo sistema ebbe grande successo, ma la carta non era un materiale del tutto soddisfacente, in quanto la grana della carta poteva essere riprodotta anche sulla foto. La soluzione di Eastman fu quella di rivestire la carta con uno strato di gelatina insolubile fotosensibile, ponendo così, le basi per il successo nel campo della fotografia amatoriale.

In breve i prodotti Kodak iniziarono ad essere reclamizzati su riviste, quotidiani, cartelloni e manifesti. La parola “Kodak” venne registrata come marchio nel 1888.

Eastman spiegò: “Trovai io il nome. La lettera “K” era una delle mie preferite, perché trasmetteva l’idea di qualcosa di solido e incisivo. Si trattava di trovare la giusta combinazione di lettere che componevano parole che iniziavano e terminavano con una “K”. Il risultato fu la parola “Kodak”". Eastman si occupò anche della scelta del colore giallo che contraddistingue l’immagine aziendale e facilmente riconoscibile in tutto il mondo.

Nello stesso anno fu lanciato il primo modello di macchina fotografica Kodak che faceva fotografie rotonde con un diametro di 2.5 pollici.

Nel 1889 nacque la “Eastman Company”, che nel 1892 venne rinominata “Eastman Kodak Company”. Mentre nel 1900, entra in scena la nota Kodak Brownie. La fotografia è finalmente alla portata di tutti.

Tra le varie innovazioni portate avanti dall’azienda, ricordiamo l’invenzione della pellicola cinematografica a colori, Kodakolor da 16 mm. Su queste basi, la società ha vinto otto Academy Awards nel corso degli anni per i suoi meriti in campo tecnico e scentifico.

Per tutto il periodo degli anni ’80 Kodak ha padroneggiato sul mercato delle pellicole. Proprio in queglii anni viene lanciata la Kodakolor VR 100, la quale rappresenta un’importante rivoluzione nel campo delle emulsioni di alogenuro d’argento.

Nonostante sia stato proprio un ingegnere della Kodak, Steven Sasson, a inventare il primo prototipo di macchina digitale nel 1975, la società americana non è stata, successivamente, capace di sfruttare l’innovazione, accantonando il progetto e lasciando che altre grandi case asiatiche come Nikon e Canon prendessero piede sul mercato. Questo errore è costato caro al colosso Kodak che oggi cerca di risollevarsi dalla crisi economica che sta attraversando.

Fonte: www.kodak.com

Kodak, i colori sbiadiscono

L’azienda rosso e gialla che ha inventato i colori, sviluppati e diffusi, sta arrivando al capolinea? La notizia di giovedì 19 gennaio 2012 parla di richiesta da parte di Kodak di bancarotta assistita.

Eppure, la rivoluzione che Kodak negli anni ha sostenuto nel mondo della fotografia ha avuto un notevole impatto sulla società. A cominciare dai colori stessi con cui ci siamo raccontati per anni in immagini.

Kodachrome, solo per fare un esempio, prima pellicola a colori immessa nel mercato, è entrata nelle macchine di tutti, ed ha impresso le sue tonalità negli album di famiglia e nelle fotografie che hanno fatto la storia.

Nell’era della pellicola, Kodak rivestiva un ruolo dominante nel mercato fotografico, tanto che nella metà degli anni ’80 il gruppo impiegava 145mila dipendenti con stabilimenti in tutto il mondo.

Con il digitale, invece, la situazione è cambiata. Pur avendo inventato Kodak stessa la fotografia digitale, la casa americana non è riuscita a tenere testa alle altre case produttrici. Fujifilm rivale da sempre, sia con la pellicola, sia nel campo digitale, ora è sulla cresta dell’onda, come è stato messo in evidenza da un articolo sul settimanale britannico The Economist.

Nell’ultimo decennio l’organico si è ridotto notevolmente con la chiusura di diversi stabilimenti. Oggi la sorte di circa 19mila dipendenti si trova appesa ad un filo e questo comporterà sicuramente un rilevante impatto dal punto di vista sociale, specie nell’area di Rochester, USA, città del quartier generale.

Kodak: che cosa dicono i giornali online

Ecco come la vicenda di Kodak viene o non viene raccontato nel mondo del web.
Se in Milano Finanza e in Global Finance online del giorno della notizia (giovedì 19) di questa notizia non c’è traccia, il Sole 24 Ore, invece, riporta la notizia nella homepage del sito, dividendola in tre articoli. Il primo espone e illustra le strategie dell’azienda per evitare il fallimento e la ricapitalizzazione di essa, il secondo ripercorre la storia del brand. Il terzo infine pone l’attenzione su come importanti multinazionali hanno subito o stanno subendo la gravità della crisi economica.
Republica.it, nell‘articolo relativo alla notizia, oltre a spiegare in maniera esaustiva la questione, cita la nota ufficiale dell’azienda.

Reuters Italia dà spazio alle dichiarazione del presidente e direttore esecutivo della società Antonio Perez il quale afferma, anche, che questa ristrutturazione garantirà il pagamento per i suoi 17mila dipendenti.

Andando negli USA, il New Work Times illustra col suo articolo le fasi del tracollo societario e le cause legali in corso con le altre multinazionali del settore.

Infine l’articolo presente nel sito del giornale locale di Rochester, la città dove si trova il quartier generale di Kodak, il Democrat and Chronicle, stessa città in cui ha sede Kodak, pone l’accento sui pensionati che percepiranno la pensione nonostante la crisi societaria.

(di Claudio Pagano e Mirko Belotti)

L’ultimo scatto di Kodak?

La Eastman Kodak, la storica industria fotografica di Rochester, USA, ricorre al Chapter 11, la procedura di bancarotta assistita prevista negli Stati Uniti.
L’atto è stato depositato giovedì 19 gennaio 2012, presso il tribunale fallimentare del Southern District di New York.

Il fatto era ormai previsto da mesi sia dagli esperti della finanza sia da molti osservatori del settore fotografico. Infatti, negli ultimi nove anni la compagnia aveva ridotto l’organico di decine di migliaia di dipendenti (come riportato dal Sole 24 Ore) e chiuso 13 stabilimenti.

Il bilancio attuale parla di un attivo di 5,1 miliardi di dollari e di un debito di 6,8. Le perdite si sono mantenute costanti dal 2005, anno in cui Antonio Perez è diventato amministratore delegato della società. Lo stesso Perez ha dichiarato in una nota ufficiale che l’obiettivo sarà quello di “uscire dallo stato di bancarotta per il 2013”.

Il piano di recupero gestito dalla FTI Consulting prevede la dismissione di varie attività con la vendita di brevetti e proprietà intellettuali nell’ambito di tecnologie elettroniche. La società di consulenza che gestirà l’operazione, già advisor della Kodak, oltre ad avere ampi poteri gestionali, dovrà impegnarsi a reperire nuovi finanziamenti. Nel frattempo, potrà andare avanti grazie ai 950 milioni di dollari finanziati da Citigroup.

In questi anni di profonda ristrutturazione e ridimensionamento, la Kodak ha avviato cause legali con varie società, tra cui Apple e Samsung per la presunta violazione di brevetti relativi a tecnologie inerenti le immagini digitali.
(di Francesca Bacci e Paolo Torri)

Hasta la vista, Kodak?

Kodak Logo

Kodak Logo

Is the end of Kodak near ? Today the Eastman Kodak Co. has filed for Chapter 11. This is a special category of bankruptcy in the USA, which allows the company to reorganize finances to keep the business afloat. Since the digital technologies arrived, Kodak has been struggling on keeping its leadership in the market. In the last years, Kodak has reduced in a 73% the number of workers and closed an important number of factories. The need of a reorganization is more than necessary and it’s the only way to reassure a prosper future for this important company. The bankruptcy is subject to the court process, and the results could take months or even years. Meanwhile the company asked for a credit of $950 million dollars to continue their operation. Kodak has also declared that all the workers would be properly pensioned if any problem occurs. For the costumers there won’t be any notable changes. Kodak hopes that this action leads the company to a new beginning and hopefully gets back the position they once had in the market. Its not a goodbye, its just a hasta la vista.

article by Fatima Castellanos and Javier Rodriguez


More on Kodak in our blog:

Kodak’s History

Emotions of People on Kodak Bankruptcy

Kodak`s History

Kodak is a 132-year-old company. It invented the handheld camera and as The Economist put it, ¨Lenin was said to have sneered that a capitalist will sell you the rope to hang him.¨ This is relevant today when it is Kodak´s technology that has sent it to file for bankcruptcy.

Here is a timeline showing the history of Kodak.

1880 - George Eastman founded Kodak.

1888 - Kodak marketed the world´s first flexible roll film

1900 - Photography became a craze as Kodak creats the $1 Brownie camera

1912 - George Eastman began dispensing a generous wage dividend and helped pioneer profit-sharing.

1927 - The ´Great Yellow Father´held a virtual monopoly of the U.S photographic industry, by Eastman´s marketing genius.

1932 - Eastman took his own life, long after being diagnosed with his degenerative spinal disorder.

1975 - The first digital camera was created! Engineer Steven Sasson created it. It is described to have been ¨toaster-size¨ and captured black and white photos.

1990´s -  Kodak put $4 billion into helping the development of the technology that allowed camera-phones and digital devices to exist.

¨Kodak played a role in pretty much everyone´s life in the 20th century because it was the company we entrusted our most treasured possession to-our memories¨- Robert Burley
Information gathered from: The Daily Mail, The Economist.

Authors: Annabel Snoxall and  María José Herdoíza


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(continua…)

The Students Introduce Themselves!

We present to you the English course in Photography at The Darkroom School. The interviews were made by the students themselves.

Fatima Castellanos was born in 1984 in Mexico. She started working as a copywriter for an advertisement agency but after some time, she discovered her passion for photography. Before finding the course in Florence she had not considered coming to Italy. But as she says: “If you see something that looks like the best opportunity in your life, go for it.” After she finishes at the school, she will return to Mexico to start her own career in photography. (Interviewed by Magdalena Dabrowska)

Born in California in 1992, Annabel Snoxall currently resides in a small village near London. Her desire to study abroad before university lead her to Florence. She views photography as an accessible, universal language that can “convey messages without words”. Particularly drawn to photojournalism, street photography, and portraiture, she is inspired by new surroundings as an avid traveler. She hopes to attend a three-year photography program at a UK university after the course is finished. (Interviewed by Haylee Chugerman)

Maria Elisabetta Sarti is from Rimini, Italy. She is just 21 years old. Betty loves taking pictures – in her last trip to Australia, she took more than 30,000 shots. To start a career as a photographer and practice her English, Betty decided to enter “The Darkroom” where she found a course that combined her 3 favorite things: photography, traveling and meeting new people. She would like to work all over the world, following many different projects… getting bored is not part of her plans. (Interviewed by Fatima Castellanos)

Magdalena Dabrowska is 22 years old and was born in Poland.  She wants to be a fashion photographer.  She is currently studying History of Art at the Florence University. Her dream would be to work for Vogue Magazine. She likes to practice photography with her friends, enjoying every new experience in her life in Florence. She also would like to travel from time to time to the top cities for fashion around the world. If you asked her where she sees herself in ten years she says: “In a photo shoot at Central Park, New York, for Vogue Magazine”. (Interviewed by María José Herdoíza)

María José Herdoíza is a 25 years old student of photography from Quito, Ecuador. She has been studying for three years at The Darkroom School. She decided to join this course because of her passion for photography. She used to love fashion but now she prefers reportage and nature photography. Her dream is to work for National Geographic and take pictures of animals. Even if she works more with digital, she is still in love with film photography. (Interviewed by Maria Elisabetta Sarti)

Salvatore Castelli was born in 1977 in Bari in southern Italy. He became a mechanical engineer at Politecnico di Bari in 2005 but never lost his interest in photography. In 2006 he came to Florence to work as an engineer and found a way here to study photography. This growing passion gave him the freedom to push everything else away and became a tool to catch moments of life and communicate his points of view. Salvatore says, “Photography is like a book that gives you visual understanding.” (Interviewed by Javier Rodriguez)

Haylee Chugerman was born in 1990 in upstate New York, and recently gained a degree in Film at NYU. After college her passion in photography overtook her interest in film. She says she loves “the idea of using one still image to capture an entire story, person or emotion”, and particularly likes documentary style photography. After the course Haylee will look for work in New York City, perhaps assisting or ideally find a job that allows her to continue to travel and take photographs all over the world. (Interviewed by Annabel Snoxall)

This friendly and always smiling girl, Romina Henle, was born in Switzerland, and has been around photography since she was a little kid. Her grandmother was a photographer,and every family gathering was followed by a photo shoot.”I felt like a doll posing the way my grandma told me to,” she said, laughing.Today photography is her hobby.She adds, “Why Florence? I was simply amazed by such an ‘italian flavor’ of the town and the very warm and cozy atmosphere at the school.” (Interviewed by Alona Shestiuk)

Alona Shestiuk was born in Russia, grew up in Ukraine, lived in Jordan and eventually moved to Italy. Her work experience as a flight attendant allowed her to travel to many different places. Being very social in her 28 years, she had the chance to meet a lot of people of different religions and nationalities, and to interact with many cultures and mentalities.“It helps to see the world differently”, she says, ”Photography is just another way of seeing the world, or actually showing the people how you see it”. (Interviewed by Alona Shestiuk)

Caisey Nyambura was born in Kenya in 1984. She worked at the United Nations in Nairobi. This allowed her to travel to different places, especially in Africa where she took photos of hungry children floods, and riots. She then decided to take her photography to a different level. “I hope to make people around me understand the world better through my photography!” she says. (Interviewed by Caisey Nyambura)

Ci presentiamo: gli studenti si intervistano

Siamo gli studenti del corso accademico in Fotografia e Multimedia della scuola The Darkroom di Firenze. In questo nostro primo post ci presentiamo attraverso le brevi interviste che ci siamo fatti a vicenda.

Il primo contatto professionale con la fotografia lo ha lavorando come assistente in uno studio. Ma il suo interesse per questa disciplina, Francesca Bacci lo ha avuto fin da piccola. Dopo anni di lavoro in questo campo, ha deciso di frequentare il corso alla Darkroom per “colmare alcune lacune”, spiega. Quando le viene chiesto cosa si aspetta dal futuro, risponde citando Ghandi: “sii il cambiamento che vorresti vedere”. (Intervista realizzata da Maria Alexandra Ruf)

Dopo il corso, vorrebbe continuare a sviluppare le sue capacità nella fotografia ma anche  nel cinema. Mirko Belotti, 24 anni, di Bergamo, si è diplomato in graphic design e art direction. È venuto a Firenze e studia alla Darkroom per ampliare e consolidare le sue conoscenze. Ha collaborato come grafico freelance allo sviluppo di progetti per aziende e gruppi musicali. Per lui la fotografia è una forma d’arte e d’espressione, un modo per scoprire se stessi; come un dipinto, che si realizza per esternare un’emozione. (Intervista realizzata da Claudio Pagano)

Adelaide Benvenuto, 21 anni, ha l’aria trasognata. Nata e vissuta a Firenze, dopo il liceo psico-pedagogico si iscrive alla Darkroom per poter dare pieno respiro alla sua vocazione: la fotografia. Ancora non sa molto del suo futuro tranne due cose, che tornerà in Cornovaglia e che le piacerebbe molto lavorare dietro un obiettivo. Ama viaggiare e ne sente il bisogno per formarsi e costruirsi. Se le si chiede invece perché ami la fotografia, cambia quasi tono della voce che da timida si fa più salda: “perché decido io il punto di vista”. (intervista realizzata da Paolo Torri)

Ingegnere energetico di 23 anni, ha scoperto la passione per la fotografia all’età di 15, quando i genitori le regalarono la sua prima reflex. Virginia Bonarelli col tempo ha compreso che la fotografia era la sua vocazione e dopo la laurea, nel 2011, si è iscritta alla Darkroom di Firenze. Dice di sé: “Sono tenace, propositiva e amo confrontarmi con gli altri. La fotografia mi permette di mettere in evidenza i dettagli che normalmente e distrattamente non noterei mai”. Nel futuro spera di viaggiare molto e di diventare una fotografa capace. (Intervista realizzata da Ambra Ceccherelli)

“Mi considero una persona insicura, ma sono allo stesso tempo una perfezionista e perciò sul lavoro sono seria e professionale”. Ambra Ceccherelli ha 24 anni, è fiorentina e così insicura non sembra affatto. Da sempre curiosa e intenzionata a confrontarsi con il mondo che la circonda, si è laureata in Scienze della comunicazione. Nel 2011 ha collaborato con un quotidiano online e oggi è iscritta alla Darkroom per specializzarsi nella sua passione, la fotografia, sperando in futuro proprio di poter coniugare il lavoro di giornalista e quello di fotografa (intervista realizzata da Virginia Bonarelli)

Si è avvicinato al mondo della fotografia sin da bambino seguendo la passione del padre. Dopo gli studi in disegno industriale, Paolo Crobu ha deciso di dare una rispolverata a quel mondo entrando alla Darkroom prima come stagista poi come studente. Quando avrà finito, spera di individuare ciò per cui si sente più portato, ricercando nuove esperienze che lo possano arricchire sia professionalmente sia personalmente. (intervista realizzata da Giulia Perin)

“Da piccola tagliavo le teste!”, racconta Martina Dalla Riva parlando del suo primo incontro con la fotografia. Le piace documentare e raccontare con le immagini, cosi si è iscritta al corso della Darkroom per imparare. Finito il corso, non sa cosa succederà, ma il desiderio è quello di lavorare nel campo della fotografia, preferibilmente nel settore della moda e reportage. (intervista realizzata da Paolo Crobu)

Una vita dedicata all’hockey e una passione, la fotografia, scoperta in Inghilterra. Sono questi i motivi che hanno spinto Paolo D’Attanasio, 25 anni, nato a Lodi, a trasferirsi in Toscana. Dopo un anno trascorso a Manchester, ora gioca per il Prato in serie A dell’hockey su pista. Quando non si allena, frequenta il corso alla Darkroom, della quale sostiene essere molto soddisfatto. Il suo sogno ora sarebbe tornare nel Regno Unito per poter appunto lavorare come fotografo. (intervista realizzata da ….se stesso)

“Ho bisogno di esprimere il mio mondo, e la fotografia è ormai diventato il modo più naturale per farlo”, racconta Chiara Gini. Nata a Vinci, si è appassionata alla fotografia da circa due anni, maturando il suo stile da autodidatta e trovando in questa arte, fra le tante che ha sperimentato, il mezzo di comunicazione più completo. Ha deciso di iscriversi alla Darkroom per ampliare le conoscenze tecniche e avere una visione d’insieme sul mondo della fotografia. (Intervista realizzata da Federica Stabile)

“Dare voce a chi non ha voce”. Questo è lo spirito con cui Claudio Pagano ha già realizzato i suoi reportage fra i profughi e gli immigrati a Lampedusa e a Mineo, dove ha collaborato anche con Peace Reporter. I suoi lavori li ha esposti anche in una mostra (“Il senso di Smith. La finestra inversa”), all’università di Catania. L’aspirazione di Claudio, quando avrà finito il corso alla Darkroom, è quella di potersi inserire nel mondo della fotografia, in particolare proprio nell’ambito del fotogiornalismo. (Intervista realizzata da Mirko Belotti)

Un giorno Giulia Perin perse tutte le foto contenute nel suo hardisk: “Purtroppo non ne avevo fatto una copia da lasciare in casa della nonna!”, racconta. Forse, chissà, fu proprio quell’incidente a invogliarla ad approfondire il suo interesse per la fotografia, rimanendo colpita dal piano di studi proposto dalla Darkroom. Oggi si ritiene davvero soddisfatta della decisione presa e continuerà a costruire giorno dopo giorno il suo percorso. (Intervista realizzata da Martina Dalla Riva)

“Vorrei vedere il particolare che sfugge”, così Alex, come tutti la conoscono, parla della sua passione per la fotografia. Maria Alexandra Ruf nasce a Tegernsee in Germania e si trasferisce con la famiglia a Castellina in Chianti quando compie sette anni. Appassionata di fotografia fin da piccola, grazie a suo padre che coltiva lo stesso interesse, le prime foto le scatta a nove anni. Terminato l’istituto d’arte cerca un corso di fotografia professionale, arriva così a Firenze alla Darkroom.
Il futuro?” Tutto da vedere “, sorride. Poi cita Steve Jobs:  “ Sarò affamata e folle”.
(Intervista realizzata da Francesca Bacci)

Pugliese d’origine, Federica Stabile si trasferisce a Firenze per iniziare gli studi universitari al Dams, dove si laurea in Storia, con una tesi sui fratelli Alinari. “Non esiste un linguaggio universale, ognuno ha il suo. E io ho deciso di comunicare con la fotografia”, spiega. La determinazione e la voglia di scoprire il mondo della fotografia la portano a iscriversi al corso della Darkroom, intenzionata ad arricchire al meglio le sue conoscenze e a capire quale sia la sua direzione, decisa a includere la fotografia nel suo futuro. (Intervista di Chiara Gini)

Mostra fotografica “Su e giù per Firenze”. Un grazie a tutti.

14 Gennaio 2012. Ho il piacere di inaugurare il nostro nuovo blog didattico In TheDarkroom. Voglio farlo con un ringraziamento sentito a tutti gli allievi dei nostri corsi di fotografia di quest’anno che sono stati impegnati nella realizzazione della mostra “Su e giù per Firenze” presso il Caffè Letterario Le Murate, a Firenze.

Un’esperienza bellissima, iniziata a Dicembre 2011, con un tema ambizioso: ripercorrere le tracce del piacevole libro “Su e giù per Firenze” di Pietro Coccoluto Ferrigni, ovvero Yorick figlio di Yorick, il cronista toscano dell’800, che così amava firmarsi.

I pittoreschi racconti delle sue passeggiate fiorentine diventano viste di Firenze nelle opere fotografiche. Immagini in bianco e nero delle sue stradine strette, dei suoi palazzi, delle piazze ma anche della gente, della vita di borgata, dei lavori e dei mestieri, e di tutto quello che è la città oggi agli occhi di un fotografo che passeggia con la sua macchina fotografica al collo con animo sereno, godendo di quello che la città offre.
Sulla spinta di quello spirito ottocentesco che portò Yorick a passeggiare anche lui su e giù per Firenze per un anno intero, raccontandone la vita, gli usi e le abitudini del tempo.

Non cercando di trasporre in chiave fotografica i pensieri scritti di Yorick, ma interpretandoli in forma nuova, attuale. Così vuol essere la nostra ambiziosa opera che inizia con questa prima mostra. Un ritratto della Firenze del nostro tempo.

Mostra fotografica "SU e giù per Firenze" del corso accademico di fotografia

Copyright photo Salvatore Castelli

La mostra, che si chiude oggi con lo smontaggio delle opere, vuol essere la prima di una lunga serie. La prima di altre che ci porteranno ad indagare tutta la città, dai quartieri storici del centro fino alle periferie moderne. Sempre con lo stesso spirito del cronista passeggiatore Yorick. Sempre con i nostri allievi dei corsi di fotografia.
Allievi fantastici di aspiranti fotografi che hanno saputo in pochissimo tempo mettere insieme le conoscenze acquisite in due soli mesi di lezione per sviluppare un lavoro fotografico di un corpo unico eccellente.

Non ho dubbi nell’affermare che lavorare a questa mostra sia stato un piacere per tutti. Abbiamo ricevuto i complimenti del Caffè Letterario che ci invita a partecipare con nuove attività. Abbiamo raccolto gli apprezzamenti degli amici invitati e che si sono susseguiti per tutto l’arco delle feste natalizie. Abbiamo lavorato bene e siamo stati bene.

Dalle fasi di ripresa sul campo, rigorosamente effettuate con pellicola in bianco e nero, al processo di selezione delle opere, alla ricerca di tutti i materiali necessari alla preparazione, fino all’allestimento ed allo smontaggio, tutti si sono mossi in sintonia fra loro. Hanno saputo ottimizzare i tempi e organizzarsi per portare a termine gli incarichi con celerità ed efficacia. Quando i risultati arrivano, il tempo impiegato per arrivarci è stato speso bene.

Aggiungo oggi i miei complimenti personali a questi studenti fotografi ai quali sto avendo il piacere di insegnare nel corso accademico di fotografia e multimedia TheDarkroom.

Si chiude il primo evento TheDarkroom del 2012 ed è stato un successo. Questo ci da la carica per proporre nuove sfide agli studenti, certi che la risposta sarà altrettanto efficace.

Grazie a tutti.

Michele Pero