dentro la scuola che cambia con la fotografia

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Quattro chiacchiere e un caffè con Michele Pero

“E’ stato più un divenire, non avrei mai creduto che sarei diventato fotografo, mai”. Così Michele Pero (qui il suo sito ufficiale), responsabile accademico e docente della scuola TheDarkroom, fotografo professionista, nonché nostro insegnante, ha risposto quando gli abbiamo domandato come avesse deciso di intraprendere questa professione.

Un caffè con Michele Pero - Intervista di Francesca Bacci e Federica Stabile al direttore accademico della scuola di fotografia TheDarkroom di Firenze, sulla sua esperienza professionale e didattica

Francesca Bacci e Federica Stabile intervistano Michele Pero, direttore accademico della scuola di fotografia TheDarkroom di Firenze, sulla sua esperienza professionale e didattica

“Durante gli studi in biologia a Firenze nel 1992 mi capita un lavoro come assistente fotografo”, ci racconta Michele. Ciò che aveva appreso per passione, con l’aiuto di un fotografo nella sua città di origine, Sansepolcro, e nei libri di Ansel Adams, (“letti e riletti”, come tiene a precisare), lo rendevano pronto per questo incarico. Il nuovo impegno prevedeva infatti la gestione di numerose attrezzature per la fotografia commerciale, in studio e di moda.

Questa nuova esperienza lo coinvolge sempre di più tanto da cominciare a “cogliere le occasioni”. Per scattare fotografie, si unisce a una spedizione che porta aiuti umanitari in Bosnia durante la guerra. “Vidi i miei scatti utilizzati in mostre o pubblicazioni e mi trovai a sperimentare quella vita letta nei libri di storia, la vita di Doisneau e di Cartier-Bresson”, dice.

Le fotografie sempre di più e gli esami universitari sempre di meno. La svolta avviene nel 1994 quando al termine del servizio civile, si rende conto di due cose, “che la biologia mi avrebbe portato, nella migliore delle ipotesi, a svolgere analisi del sangue tutta la vita e che la professione di fotografo era dietro l’angolo”.

Con il passare del tempo si occupa di fotografia commerciale a Milano, finché su suggerimento del fotografo per il quale lavora, sottopone vari reportage, tra i quali uno sull’Albania, ad alcuni settimanali. Venduto tutto il materiale che aveva con sé, realizza che per stampare in camera oscura tutte le copie  da consegnare ai giornali ci sarebbe voluto un bel po’ di tempo (“le chiavette usb e i file erano ancora lontani, si dovevano perciò consegnare le stampe”). Visto il successo ottenuto si rende conto che fare il fotoreporter di guerra sarebbe stato non più un sogno ma una possibilità concreta.

Non ritorna presso lo studio per il quale lavorava, ma nuovamente coglie un’occasione e parte come fotoreporter nei Balcani negli anni in cui erano un focolaio di guerre.

A marzo del 1998, prende coscienza che quella del fotoreporter di guerra non era più quella “vita così sognata” e decide di smettere.

Tornato a Firenze e persi i contatti con il mondo della fotografia commerciale, si trova a dover ricominciare da qualche parte, senza sapere quale, come succede spesso in questi casi. Gli si apre una nuova possibilità quando un collega riceve la proposta di insegnare come supplente in una scuola di fotografia e non parlando inglese propone a Michele di accettare questo lavoro.

La scuola
“Mi ritrovai ad insegnare per caso e mi piacque, non l’avrei mai detto”, continua a raccontare rispondendo alle nostre domande. Il metodo d’insegnamento era efficace e gli alunni aumentavano così quello che doveva essere un mese divennero cinque anni. “Ma la voglia di crescere era tanta, volevo qualcosa di più”. Così è nata l’idea di dar vita a dei corsi in una scuola tutta sua. “The Darkroom”, la camera oscura, è stato il nome scelto, un corso-laboratorio in cui apprendere l’arte della fotografia.

C’era una volta la camera oscura e adesso non c’è più…ci viene da dire ascoltando Michele nel suo racconto pieno di tutto quello che ci interessa, la fotografia, i sogni, le occasioni. E allora, con un pizzico di nostalgia per la sua realtà ma anche per i nostri sogni, cosa ci aspetta?

“Oggi è più facile cominciare ma più difficile lavorare”, afferma, “fotografare con la pellicola voleva dire avere metodo, tecnica e aver dedicato tempo a uno studio accurato. Questo insieme alle doti artistiche che non sono certo da trascurare. L’essere umano apprende per errore e con il digitale non si sbaglia più, o perlomeno non in modo irreversibile: la pellicola imponeva di pensare per non buttare tempo e soldi”.

Questo lavoro era riservato a una cerchia ristretta di persone e garantiva loro un guadagno costante. Il cliente aveva bisogno di una fotografia e andava dal professionista, oggi è il professionista a dover trovare il cliente, cercando per altro di cambiargli la testa, una foto per quanto corretta non sempre è bella o lancia il giusto messaggio.

“Internet ha cambiato la fotografia” e di conseguenza anche la scuola che è passata da corsi basati sulla pellicola a quelli improntati sul multimediale. Il digitale ha permesso che chiunque possa chiamarsi fotografo. “Il livello del prodotto sul mercato si è però abbassato notevolmente”, precisa, “non tanto in termini di qualità tecnica quanto in termini di qualità della comunicazione. Il valore, anche monetario, che poteva avere una stampa prima non è attribuibile ad un file oggi” e, aggiunge, “pensate che uno scatto in bianco e nero poteva costare tranquillamente 150 euro, cifra che oggi non pagherebbe nessuno”, a meno che non sia di un fotografo noto. O scattata dall’autovelox, ci viene da dire…

“L’Italia oltretutto”, continua Pero, “è uno dei pochi Paesi in cui questa professione non è riconosciuta, non esiste”. All’estero puoi esercitare questo, come qualunque altro mestiere, dopo aver conseguito un diploma che attesti le capacità.

Intervistare Michele è stato piacevole e divertente e tra un dolce e un caffè gli abbiamo chiesto un ultimo consiglio a chi dopo tutto questo, avesse ancora intenzione di fare il fotografo. Il suo consiglio è stato pratico e schietto come ci aspettavamo: “Fare il fotografo, oggi come ieri, non significa stare con la macchina fotografica 24 ore su 24 e staccare per pochi momenti a settimana, semmai il contrario. Dovrete essere in grado di risolvere problemi, a volte neppure di vostra competenza. Conoscete persone e intessete rapporti, siate insomma versatili, non tralasciando di migliorare ancora attraverso lo studio. Abbiate il coraggio di cogliere le occasioni”.

Che dire…“sì sensei!” (frase ripresa dal film “Karate Kid”)

Francesca Bacci, Federica Stabile
(www.francescabacci.com
www.federicastabile.com)